C’è una difficoltà che incontro sempre più spesso, nel lavoro come nelle relazioni quotidiane. Non ha a che fare con l’intelligenza, né con la mancanza di competenze. È qualcosa di più sottile e, proprio per questo, più difficile da nominare: la fatica a leggere il contesto.
Capire dove ci si trova davvero. Cosa sta succedendo intorno, non solo a livello esplicito, ma anche nel non detto, nei ruoli che agiscono senza essere dichiarati. La difficoltà di riconoscere che esistono punti di vista diversi, tutti parziali, che però restano spesso inespressi e quindi non entrano mai davvero in relazione.
Succede molto spesso alle persone più giovani, ma non solo. Succede anche a chi ha esperienza, anni di lavoro, responsabilità. Come se la capacità di orientarsi nello spazio relazionale si fosse progressivamente assottigliata, senza che ce ne rendessimo conto.
Una delle cause, secondo me, ha a che fare con il modo in cui abitiamo — o non abitiamo più — i luoghi fisici e il corpo.
Siamo fisicamente presenti in un luogo, ma mentalmente altrove. Il corpo è seduto a un tavolo, ma la testa è in un’altra conversazione. Lo smartphone è diventato, nel tempo, uno spostamento continuo fuori dalla situazione in cui siamo. Che peraltro richiede un’energia mentale non indifferente.
E il contesto, per essere compreso, richiede allenamento alla presenza.
Ripensando a questo, mi sono tornate in mente alcune voci del passato che avevano già messo a fuoco, da angolazioni diverse, questa fragilità.
Aristotele – quando il contesto è parte dell’intelligenza
Aristotele distingueva tra diversi tipi di sapere. Accanto alla conoscenza teorica e a quella tecnica, parlava di phronesis: la saggezza pratica.
La phronesis è la capacità di capire che cosa è giusto fare in una situazione concreta, con quelle persone, in quel momento. Per Aristotele non esiste azione davvero intelligente senza una lettura fine del contesto: relazioni, asimmetrie, tempi, tensioni implicite.
Chi non coglie il contesto non è stupido, ma immaturo nel giudizio. Applica schemi generali a situazioni singolari. Se oggi perdiamo questa capacità, non è perché sappiamo meno, ma perché siamo meno presenti dentro ciò che accade.
Georg Simmel – quando il contesto diventa indistinto
Georg Simmel vive tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ed è uno dei primi a interrogarsi sugli effetti psicologici e sociali della modernità urbana. Osservando la vita nelle grandi città, parla di atteggiamento blasé: una sorta di anestesia emotiva e percettiva.
È una sorta di strategia di difesa. Quando siamo esposti a troppi stimoli, il sistema nervoso si protegge riducendo la sensibilità. Le differenze si appiattiscono, le sfumature si perdono, il contesto smette di essere leggibile e diventa rumore di fondo.
Letto oggi, Simmel sembra parlare direttamente del nostro rapporto con lo smartphone. Non siamo distratti: siamo sovrastimolati. E un corpo sovrastimolato legge peggio ciò che accade intorno.
Hans-Georg Gadamer – la comprensione come evento condiviso
Hans-Georg Gadamer, filosofo tedesco del Novecento, è una figura centrale dell’ermeneutica, la filosofia della comprensione. Per lui capire non è un atto individuale, ma un evento che accade tra le persone.
Ognuno entra in una situazione con i propri pregiudizi — nel senso letterale di ciò che viene prima del giudizio. La comprensione nasce solo quando questi punti di vista vengono esposti, con coraggio. Gadamer parla di fusione degli orizzonti: il senso emerge nello spazio condiviso, non nella testa di uno solo.
Quando i punti di vista restano impliciti, ognuno capisce “a modo suo”, ma non si produce nessuna comprensione comune.
A questo punto, però, si apre una domanda inevitabile.
Che cosa succede quando in questa storia entra l’intelligenza artificiale?
L’AI, per definizione, non ha corpo. Non percepisce atmosfere, non sente le tensioni di una stanza, non coglie il non detto se non quando qualcuno lo esplicita. Non vive la situazione: lavora su rappresentazioni. In questo senso è l’opposto dell’intelligenza situata di cui parlava Aristotele.
Eppure, proprio per questo, il nostro rapporto con l’AI mette a nudo una fragilità già presente.
Quando chiediamo all’AI di aiutarci a pensare, decidere, sintetizzare, spesso lo facciamo fornendo pochissimo contesto. Prompt brevi, istruzioni rapide, domande che danno per scontato ciò che non è stato ancora chiarito. Chiediamo risposte “giuste” a situazioni che non sono state davvero situate.
Qui l’AI non crea il problema. Lo rende visibile.
L’AI funziona bene quando il contesto è reso esplicito. Peggiora quando lo diamo per scontato. È uno specchio piuttosto spietato: ci mostra ciò che spesso neanche noi sappiamo nominare.
C’è però un rischio e, insieme, una possibilità.
Il rischio è usare l’AI come scorciatoia che consolida la disincarnazione: invece di tornare nel corpo, nella stanza, nella relazione, le chiediamo di capire al posto nostro, mentre noi restiamo a metà, non del tutto presenti.
La possibilità è l’opposto.
Usata con consapevolezza, l’AI può diventare uno strumento che ci costringe a situarci meglio. Perché per funzionare davvero ha bisogno che qualcuno faccia un lavoro preliminare che è profondamente umano: raccontare la situazione, esplicitare i punti di vista, nominare i vincoli, chiarire cosa è in gioco.
L’AI non sente il contesto, ma ci obbliga a dirlo.
Non coglie il non detto, ma ci spinge a renderlo dicibile.
Non ha accesso alla stanza, ma ci chiede di descriverla con precisione.
E spesso, nel farlo, ci accorgiamo di cose che prima non avevamo visto.
Forse allora possiamo dirlo così, senza troppi giri di parole: non siamo diventati meno intelligenti. Siamo diventati meno situati.
La questione che vedo io non è se l’AI ci allontanerà ulteriormente dal contesto o se ci aiuterà a rientrarci. Dipende da come la usiamo e, soprattutto, da chi fa il lavoro di situare.
C’è un ultimo puntino che voglio aggiungere, perché non resti solo una riflessione teorica.
Da tempo, dentro Flowerista, stiamo lavorando a una pipeline piuttosto fitta di nuovi giochi e nuove funzionalità. In questo percorso sta prendendo forma un nuovo serious game che si chiamerà Ask’n’Play.
Ask’n’Play nasce proprio da qui: dal divario che si è creato nella capacità di leggere il contesto e di abitare la comunicazione come campo relazionale, non come semplice scambio di messaggi.
Non lavora sulla comunicazione “efficace” in senso classico — formule, tecniche, frasi giuste che si limitano all’IO— ma sulla comunicazione come spazio in cui:
i punti di vista diventano visibili
il non detto viene riconosciuto
il contesto smette di essere sfondo e torna a essere materia viva
si apre uno spazio per il NOI
In altre parole, Ask’n’Play prova a rimettere al centro quella competenza che abbiamo descritto fin qui: la capacità di stare nella situazione prima ancora di risolverla.
Questo nuovo gioco dovrà dialogare in modo molto diretto con gli strumenti che già utilizziamo, in modo da dare sempre più forma a ciò che chiamiamo Playsphera, il portfolio dei nostri serious games.
Con Prompt’n’Play, che lavora sul context engineering e sull’interazione consapevole con l’AI: lì il nodo è imparare a rendere esplicito il contesto quando dialoghiamo con un sistema che, per definizione, non ce l’ha.
E con Business’n’Play, che lavora sull’engagement delle persone, sulla progettazione condivisa e sul senso di responsabilità collettiva, per allenare i team a pensare e agire insieme quando la complessità aumenta.
Ask’n’Play si inserisce esattamente in mezzo.
Lavora sulla soglia: tra ciò che resta implicito e ciò che diventa dicibile, tra ciò che ognuno vede da solo e ciò che può essere messo in comune.
In fin dei conti, tutti questi giochi parlano della stessa cosa da angolazioni diverse: di come ricostruire intelligenza situata in un mondo che tende a disancorare e vivere in astratto, sebbene il metaverso sia passato di moda.
Sarà una primavera intensa.


Trovo che sia una delle newsletter più interessanti (chiaramente per me :-)) che hai scritto.
In parte perché sono aderente a tutto quello che hai condiviso, e in parte perché non ero ancora riuscita a inquadrare le parole giuste per identificare cosa manca da parte nostra nelle conversazione con l'AI.
Questa mancanza di contesto ce la siamo portati dietro per anni, la ritrovo perfettamente nel corso della mia esperienza come project manager, e con l'AI è tutto più evidente.
Forse da quel punto di vista potrebbe, addirittura, aiutarci :)